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Gioielli: architetture da indossare Stampa E-mail

Elviro Di Meo
di Elviro Di Meo

E’ doveroso partire da una precisazione per evitare stupidi commenti ed essere tacciato di esibizionismo. Ho preferito firmare quest’articolo, ringraziando il direttore responsabile nonché l’editore per lo spazio che mi hanno concesso.

Essendo io stesso sostenitore di una teoria legata al mondo del gioiello d’autore – teoria ormai scippata e camuffata sotto altre forme, finita per diventare appannaggio di sedicenti critici d’arte – ne approfitto per ribadire ancora una volta il concetto. Tutto sta a capire che cosa si intende per gioielli. Sarebbe riduttivo chiamarli monili o semplici ornamenti. Piuttosto architetture da indossare come una seconda pelle. Messi da parte gli anni del consumismo sfrenato, dove tutto è all’insegna dell’ostentazione, in nome del dio immagine, fine a se stessa, si riscopre la geometria di linee pulite ed essenziali, per imporre le nuove regole del gusto e di un’estetica fortemente desiderata. Da qui la mia ricerca progettuale sviluppata insieme ad Antonio Rossetti, docente di Progettazione Architettonica presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli, "Federico II".

Questo il nostro manifesto: da tempo siamo impegnati a difendere le logiche artistiche che sottendono il "fare gioielli", contro gli schemi imposti dal mercato; contro la banalizzazione di prodotti, in cui l’obiettivo dell’azienda è puntare sulla velina di turno – l’immagine più eloquente della mediocrità del nostro secolo – come testimonial per far lievitare i profitti, a discapito della qualità e dell’arte. Da qui la ricerca verso forme, icone, poesie, che costituiscono la cultura del progetto. Il filo conduttore di un’intera linea. Come la collezione "Alèxandros", che nasce da una lirica di Giovanni Pascoli, raccolta nei "Poemi Conviviali"; pubblicati nel 1904, questi apparsero precedentemente nella rivista estetizzante romana il "Convivio" (1895 – 1900), diretta da Adolfo De Bosis. Sono "poemi" di materia storica, prevalentemente greca, secondo il gusto parnassiano, rivisitando il mondo antico con moderna sensibilità intimistica.

Alessandro, il Grande condottiero, giunto all’estremo del mondo conosciuto, rimane schiacciato dall’abisso che lo separa dal vuoto. Dallo spazio cosmico. Il suo cammino umano si traduce in una cocente delusione; nella morte dei sogni; nella consapevolezza di una realtà lontana e misteriosa quale la luna: terra solitaria ed inaccessa. A riguardo Pascoli scrive: "Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla! Non altra terra se non là, nell’aria, quella che in mezzo del brocchier vi brilla, o Pezetèri: errante e solitaria terra, inaccessa. Dall’ultima sponda vedete là, mistofori di Caria, l’ultimo fiume Oceano senz’onda". E, nel tentativo di superare lo scompenso tra quanto aveva sognato e quanto effettivamente raggiunto - "Azzurri, come il cielo, come il mare, o monti! o fiumi! Era miglior pensiero ristare, non guardare oltre, sognare: il sogno è l’infinita ombra del Vero",- si instaura, nel silenzio del proprio inconscio, tra le lacrime che gli rigano il volto, l’immagine di un interno domestico; dove la madre è il punto di riferimento, il punto di arrivo, nonché l’inizio di un’ulteriore dimensione, dov’è ancora consentito il sogno e l’abbandono alla seduzione di voci nascoste e segrete.

Il tutto viene rivisitato in architetture – gioiello. Il collier in oro bianco, composto da un tubolare leggerissimo a cui estremi si colloca, da un lato una grande perla nera: l’immagine evocativa di Alessandro Magno, e dall’altro una luna imponente nelle sue dimensioni, con perle limpide e brillanti, è il punto d’inizio ed il termine del dialogo tra l’umano e l’immensità del cosmo. Motivo che ritorna nell’anello, sovrastato dai contorni di una cupola. La struttura della base si allarga come una fascia su cui è collocata, alla sommità, una grande perla nera. Lo stesso nell’orecchino pendente: un filo di perle aggrappano una luna tondeggiante che ingloba, ancora una volta, la perla nera. E se la ricerca del dinamismo trae origine dai quadri di Boccioni e Balla, maestri del futurismo, questo riappare in "Forme fluenti": tubolari che fasciano il collo per poi ricadere, attraverso l’alternarsi di movimenti concavi - convessi, sul decolté con morbidi pavé di brillanti sui cui scorrono due binari di zaffiri blu. Disegnare un gioiello è come progettare una casa, un albergo o un qualsiasi manufatto architettonico. Il concetto non cambia. Si incontrano le stesse difficoltà operative. E, se proprio una differenza la si vuole trovare, questa sta nelle dimensioni e non nell’impostazione metodologica o sistemica. Come i palazzi sono fatti di strutture portanti a cui si agganciano elementi secondari, con funzioni sia statiche che ornamentali, così nel disegnare gioielli si verificano gli stessi problemi, che vanno affrontati e risolti per non compromettere la ‘Firmitas’ – espressione usata da Vitruvio - e l’eleganza dell’oggetto". Riflessioni che ritornano nel bracciale – rivisitazione "Capri, anni Cinquanta" - che avvolge l’intero avambraccio.

Chiaro il riferimento ai fasti dell’antico Egitto nel collier a rilievo, in oro rosa, con baguette di zaffiri, formato da moduli (maglie), uniti da appositi ganci, che rendono il gioiello flessibile ed adattabile alla forma del collo. Così come pure nel colliere ispirato a Nefertiti: simbolo di una bellezza senza tempo. Nel gioiello, essenziale nel suo insieme compositivo, riprende stilemi utilizzati e già sperimentati, ma con l’intento di essere rivisitati ancora una volta. Operazione analoga condotta nell’anello scultura con pietra taglio smeraldo; proposto sia in oro giallo che bianco, in varie sfumature, l’oggetto trae spunto da un modello degli anni Quaranta, tardo stile decò, visto a Venezia nel novembre del 2005, indossato dall’architetto Marina Dragotto, durante un convegno di studi.

L’anello diventa l’espediente per muoversi a ritroso nella storia. Una sorta di arco di Tito che apre una dimensione ancora più antica; una porta che diventa la chiave di accesso di un sarcofago egizio. Altro studio, altro impegno. Questa volta è il segno di Carlo Scarpa, l’architetto più colto e aristocratico del Novecento, ad ispirare una linea di gioielli che porta il nome del grande Maestro. Tutto nasce dallo studio del giardino di Palazzo Querini Stampalia di Venezia, in cui Scarpa esprime il suo segno caratterizzante che contraddistingue le sue opere. La collezione parte da un anello realizzato in metacrilato, dato all’ufficio commerciale della Fondazione Querini Stampalia, per una serie limitata di cinquanta oggetti numerati, in vendita in occasione dell’apertura dell’area progettata da Carlo Scarpa.

Accanto a questo, si lavora ad un’intera parure composta da orecchini, collier, bracciale e gemelli prodotti con lo stesso materiale usato per l’anello. Lo scopo è sperimentare nuove ipotesi progettuali, accostando più materiali per ottenere una migliore resa qualitativa degli oggetti disegnati. E, a proposito del legame che sussiste tra architettura e gioielli – legame più forte ribadito, quasi a sottolineare, ammesso che ce ne fosse bisogno, che l’arte non ha nessuna distinzione di sorte, in quanto creazione del pensiero umano, e, quindi, si realizza in varie espressioni – "Il progetto di architettura – commenta Rossetti - è come l’acqua. Cadendo dal cielo in differenti luoghi questa assume configurazioni diverse e le chiamano: mare, lago, palude, ghiacciaio…….Ma il mare, il lago, la palude, il ghiacciaio, sono comunque………..Acqua".


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